La storia di Silvia e del suo ritrovarsi
Quando Silvia mi ha scritto, non cercava solo un servizio fotografico.
Cercava qualcuno che sapesse prima di tutto capire ciò che desiderava: essere vista. Spazio. Riconoscimento.
Era in dolce attesa, e desiderava delle foto eleganti, moderne, che parlassero di lei in un momento speciale. Ma insieme al desiderio c’erano dubbi, trattenute, il timore concreto di rimanere delusa — di nuovo.
Mi ha detto chiaramente: “Nel tuo portfolio non vedo donne come me.”
Era una frase che conteneva molto più di quello che sembrava.
Non solo un’osservazione estetica, ma un messaggio sottinteso: “Se non mi vedo nemmeno qui, in un lavoro che mi piace, forse davvero non c’è spazio per me
Le foto non erano mai state un'esperienza positiva
Già prima del matrimonio, Silvia non si era mai sentita a suo agio davanti alla fotocamera. Ogni volta che qualcuno la fotografava — in famiglia, tra amici — guardava gli scatti con la sensazione di non riconoscersi.
Diceva di essere “quella che non viene mai bene”.
E col tempo, quell’idea era diventata un’abitudine, un filtro costante.
Il matrimonio avrebbe potuto essere un’occasione per riscrivere quella percezione.
Scelsero un fotografo con attenzione. Ma il risultato fu tiepido.
Niente di sbagliato in senso tecnico, ma non c’era emozione, non c’era presenza.
Silvia, rivedendosi, si sentiva distante. Sfuocata, ma nel senso sbagliato del termine.
Quell’esperienza non l’ha traumatizzata — il punto è che l’ha confermata.
Ha solo rafforzato l’idea che, forse, non fosse “fotogenica”. Che forse, davvero, la fotografia non fosse il suo linguaggio.
Un desiderio più forte del timore
Ma ora c’era un’altra variabile: stava per diventare madre.
E con tutto il carico emotivo che la maternità porta con sé, aveva voglia di fare pace con quell’immagine che non le tornava mai.
Non solo per documentare la gravidanza, ma per celebrarla. E celebrarsi.
Voleva vedere la propria femminilità, la propria forza, la trasformazione in atto.
Ma sapeva anche quanto fosse fragile questo desiderio: era così importante che bastava poco per farle pensare di lasciar perdere.
Il marito, Matteo, l’aveva ascoltata. Conosceva bene il suo rapporto con le foto e non voleva che ne uscisse delusa, ancora una volta. Per proteggerla, era quasi tentato di scoraggiarla.
Non per mancanza di entusiasmo, ma per una forma di cura.
Due call conoscitive
Durante la nostra prima call, Silvia è stata molto trasparente.
Mi ha raccontato i suoi timori con lucidità, senza fronzoli.
Ha parlato del desiderio di eleganza, ma anche del dubbio: “E se il mio corpo non sapesse stare in questo tipo di immagini?”
Abbiamo parlato del servizio, ma soprattutto delle aspettative.
Le ho spiegato come lavoro: che nessuna donna arriva già “pronta”, che non serve essere disinvolta o sapere cosa si vuole in ogni dettaglio. Che la sessione si costruisce insieme, anche passo dopo passo.
Al secondo incontro c’era anche Matteo.
Lui ascoltava, faceva domande pratiche, cercava di capire se Silvia avrebbe davvero potuto vivere l’esperienza con leggerezza.
Credo che vedere quanto spazio ci fosse per i dubbi — quanto fosse legittimo portarseli — li abbia rassicurati entrambi.
Poco dopo, hanno deciso di prenotare.
Lo shooting: semplice, positivo, libero
Il giorno della sessione, eravamo tutti un po’ emozionati ma entusiasti.
Silvia aveva una presenza naturale. Usava le mani con eleganza, seguiva le indicazioni con fluidità. Non stava “interpretando un ruolo”. Si stava mostrando.
Matteo era con noi per tutta la durata della sessione.
Ogni tanto le faceva dei video con il telefono, la supportava, si vedeva quanto era entusiasta che lei si sentisse così a suo agio. Le loro foto assieme erano piene di questa complicità.
Era evidente quanto desiderasse che si vivesse quell’esperienza con pienezza.
Le immagini: il momento della verità
Come faccio sempre, ho inviato a Silvia le anteprime non ritoccate.
Foto ancora grezze: solo luce sistemata, esposizione corretta, ma senza editing su pelle o forme.
Quello che è successo dopo me lo ha raccontato lei.
Si è commossa.
Perché si è vista.
E ha capito che non era una questione di editing, ma di sguardo.
Non serviva “aggiustare”. Bastava essere guardata bene.
Essere ascoltata, prima ancora che fotografata.
E, per la prima volta, ha pensato: “È davvero così che appaio.
Mi ha detto che si è vista bella in foto per la prima volta, esattamente come desiderava, e per me questo vale tutto.
Quello che Silvia ha vissuto non è stato solo un servizio fotografico.
È stato un passaggio: da uno sguardo limitante a uno più ampio, più giusto.
Non serve trasformarsi per vedersi belle. Serve solo che lo spazio in cui entri sia in grado di accoglierti.
E che chi ti fotografa sappia farlo senza forzare, senza distorcere, senza sovrascrivere ciò che sei.
Silvia non si è “riscoperta fotogenica”.
Ha solo — finalmente — smesso di guardarsi con gli occhi sbagliati.
Se ti riconosci in questa storia
Se anche tu hai desiderato farti fotografare, ma qualcosa ti trattiene — esperienze passate, dubbi sul tuo corpo, timore di vederti “come sempre” — sappi che puoi portare tutto questo con te.
Non devi avere le risposte pronte. Non devi essere già sicura.
Scrivimi. Possiamo iniziare da una conversazione, e vedere insieme se questa esperienza è ciò che stai cercando.
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